sabato 14 febbraio 2009

IL MONTEFELTRO TRA ROMAGNA E MARCHE

NON È UNA RISPOSTA AL REFERENDUM ORMAI CELEBRATO,
MA UN CONTRIBUTO AL SUO SUPERAMENTO
E AI MUGUGNI CHE CONTINUANO AD AVVELENARE I RAPPORTI


E’ difficile fare un discorso by-partisan di fronte a un referendum che ti chiede si o no tra Rimini e Pesaro - Urbino, tra Romagna e Marche.
E’ difficile spiegare agli “intellettuali” urbinati (molti sono miei amici) che la storia non si può invocare solo quando (ahimè troppo tardi!) ci si accorge che Urbino ha perso la sua leadership di “capitale” non solo amministrativa ma anche storica, forse aperta al mondo, ma certo isolata dal suo entroterra come l’altrettanto storica sub-regione del Montefeltro.

Una capitale come Urbino, i cui confini ai tempi dei duchi Della Rovere (succeduti alla linea diretta dei Montefeltro) fino al 1631 toccavano Senigallia, Gubbio, Sant’Agata e San Leo, da secoli ha perduto anche il ruolo di capitale amministrativa a favore di Pesaro.
Il Montefeltro attraverso l’antica diocesi, le sue scuole, la conservazione delle proprie caratteristiche socio-geografiche, ha lottato per rimanere se stessa e distinguersi tra Marche, Romagna, Toscana e anche uno stato che geograficamente è Montefeltro: San Marino. Difficile attraversare secoli di storia e rimanere se stessi, bersagliati prima dalle lotte feudali , poi da quelle signorili tra i Malatesta, e i Montefeltro (famiglia, non territorio), l’indipendenza di S. Marino, poi dalle rivendicazioni dello Stato della Chiesa, del Granducato di Toscana, le decisioni all’inizio dell’ unita Italia, e infine la deleteria divisione amministrativa con l’ istituzione, da parte della Regione, di due comunità montane una a Novafeltria e l’altra a Carpegna.
Hanno ragione quelli che sostengono che gli interessi preminenti degli abitanti delle Valli Marecchia e Conca non sono certo a Pesaro, e hanno ragione anche nel sottolineare che Urbino non è molto presente nel Montefeltro e non vi fa nemmeno parte (come ancora oggi credono molti urbinati). Quanto alla Regione il problema ,secondo me, non si pone,perché le Marche sono per antonomasia al plurale e regione di confine. Anche il Montefeltro dunque potrebbe starci bene ma non per essere sfruttato dalla politica, dalle divisioni amministrative, dal sospetto di emarginazione.
Tuttavia, al di là del controverso risultato nei comuni della Valle del Conca, il referendum è uno strumento inappropriato e non sempre fondato nelle motivazioni: vi sono già accordi tra le due regioni per la sanità e altri se ne possono stipulare, così pure per le scuole. C’è già tutta una serie di servizi che fanno capo a Rimini: perfino il prefisso telefonico è lo stesso. Non manca però una particolare attenzione per la zona del Marecchia da parte della provincia di Pesaro e Urbino.
E allora come avremmo dovuto votare? Restare a Pesaro o andare a Rimini?
La risposta vera era ed è restare nel Montefeltro, ma non per la storia o per la caratteristica di “romandiola feltresca”, espressione e concetto presenti fin dal medioevo ( e non si tratta quindi del brutto e un po’ offensivo neologismo “romagnolità” usato dagli “intellettuali” ma per non abbandonare del tutto gli antichi statuti di autonomia che risalgono al secolo XV, uno per ogni comune e tutti ispirati a quello unitario che ancora oggi si può leggere nell’archivio di San Leo, vera capitale storica del territorio.
Agli amici promotori del Referendum si deve dare atto di avere espresso un disagio, forse solo “percepito “ come si suole dire oggi, e anche una spinta a ribellarci ai politici che hanno diviso in due comunità montane un territorio che era riconosciuto unito fin dal medioevo e tale avrebbe dovuto restare, quella del “Marecchia” scippata perfino del toponimo, e quella del Montefeltro con sede a Carpegna.
Certamente hanno espresso con troppa autocommiserazione (atteggiamento comune anche a noi Urbinati) il desiderio di maggiore attenzione, di avere ulteriori strutture, comprese le strade, non tanto quelle interne che già esistono a sono abbastanza curate, ma quelle di collegamento con Urbino, tra Toscana e Marche, tra entroterra e arterie autostradali.
Dal bombardamento nel ’44 della mai inaugurata linea ferroviaria Urbino S. Arcangelo e della Urbino Pergola-Fossato di Vico vi sono stati solo decenni di inutili parole e progetti. Unica realizzazione significativa la galleria tra Lunano e Sant’Angelo in Vado.
Che fine hanno fatto la pedemontana tra Lunano e Cesena? e la Urbino S. Marino (o Urbino - Rimini che dirsi voglia)?
Nessuno dei contendenti ha parlato di una significativa realtà che nel frattempo ha modificato l’economia, la geografia e gli interessi del Montefeltro, e cioè i due poli artigianali e di piccola industria dell’alta valle del Foglia da Mercatale a Belforte e sulla Nazionale di Via Maggio prima e dopo Novafeltria. Nessuno ha fatto cenno agli allevamenti di bestiame per una carne con bollino DOC e di prodotti dell’agricoltura tipica, di quelli caseari e dei salumifici di fama almeno nazionale.
Questo è oggi il Montefeltro, non solo castelli e musei di eccellenza, centri carichi di storia e arte, ma anche quello del Premio letterario a Frontino, di due poli scolastici di tutto rispetto ed efficienza a Sassocorvaro e Novafeltria, di una Società per gli Studi del Montefeltro, e, perché no, di una diocesi che ha conservato la sua autonomia e sa vivere nelle Marche pur agganciata alla conferenza episcopale regionale bolognese.
Se si tenesse conto di tutto questo, se non si continuasse a rivendicare solo la storia o a lamentarci in modo generico, senza prospettare soluzioni più realistiche e sognatrici di non so quale panacea romagnola, se ci si rimboccasse le maniche e il cervello per lotte concrete e risolutive a tempi brevi, si potrebbe affermare che già a Rimini per almeno il 50 % ci siamo già e con reciproca soddisfazione.

E’ ora di superare miraggi infantili di futuro benessere fornito dall’esterno, e anche l’ormai obsoleta e infantile lite chilometrica: Rimini è più vicina, ma Bologna è più lontana, o anche concludere che “il Montefeltro forse sta subendo l’ingiuria del tempo che passa inesorabile” (cfr. Resto del Carlinio ediz. di Pesaro)
Ancora non è stata detta l’ultima parola. Neppure per il futuro di Urbino!
E allora quelli che hanno promosso il referendum si ritroverebbero con quelli che hanno sofferto nell’esprimere una concreta e obiettiva risposta tra un no alla storia o un sì alla situazione attuale.
Il Montefeltro per essere se stesso ha bisogno della Romagna e delle Marche, di Rimini di Pesaro e di una Urbino non orgogliosamente chiusa dentro le sue mura, ma soprattutto ha bisogno di non perdere la sua unità ora che si sta riscattando anche economicamente.
Ancora una volta occorre ribadire che questa “strana regione geo-storica” non appartiene né alla Romagna del mito popolare, né al cinquecentesco stato di Urbino, ma riceve forza e dà lustro a tre regioni, a cinque province e costituisce il fondamento storico della Repubblica di San Marino, uno stato piccolo ma conosciuto in tutto il mondo.
Antonio Di Stefano

1 commento:

  1. Ciao Tony,
    non sapevo di questo referendum per passare dalle Marche all'Emilia - Romagna.
    Questo mi fa pensare a vari fenomeni non necessariamente collegati: per esempio, penso che anche qui da noi stiamo per uscire dalla provincia di Milano ed entrare nella nuova provincia di Monza/Brianza. Penso anche al dibattito sull'eliminazione delle provincie a vantaggio delle regioni; penso alla Lega che chiede il federalismo.... Secondo me il denominatore comune di tutto questo è, da una parte, la "diversità locale, culturale e storica" come caratteristica specifica dell'Italia e degli Italiani; dall'altra, il disagio dovuto al fatto che tale diversità non è stata valorizzata ed aiutata ai fini di portare anche un vantaggio economico alle varie zone "culturalmente omogenee". Penso a come per esempio i francesi sono stati capaci di imporre sul mercato i propri prodotti alimentari (vini, formaggi, carne ecc) o come i tedeschi hanno saputo distribuire ed organizzare le attività industriali omogeneamente su tutto il territorio - ivi compresa l'ex DDR, da quando è stata annessa alla repubblica federale.
    Allora mi trovo in imbarazzo quando comparo tutto questo con il potenziale di sviluppo economico non valorizzato in quasi tutta l' Italia, a livello di risorse agricole ed alimentari di qualità, di risorse storiche e culturali valorizzabili con un turismo di alto livello, ed anche di risorse industriali locali, che costituiscono il "miracolo italiano" finché rimangono piccole, ma che non riescono mai a crescere oltre una certa misura.
    La difficoltà - che mi pare tutta italiana - è quella di non sapere aiutare dal centro (governo nazionale) la crescita della periferia, anche a scapito del controllo diretto sulla stessa periferia: se ben fatto, un supporto di questo genere sarebbe un investimento che deve dare frutti in termini economici anche a livello nazionale.

    La provincia di Bolzano e quella di Trento sono due casi di questo tipo: ricevono soldi dal governo centrale e li sanno fare fruttare per sè ed anche per l'economia italiana: Gesù Cristo sarebbe contento di dare un po' di talenti a queste provincie, perchè tornerebbero con i talenti raddoppiati.

    La Otti (che come sai è del Sud Tirol) è venuta qua vicino a leggere quello che ti sto scrivendo, e mi dice con una punta di orgoglio che recentemente le isole Eolie hanno chiesto l'annessione alla provincia di Bolzano...

    Ciao

    Franz

    P.S.: anch'io ho un blog, di sole fotografie; dacci un'occhiata: http://francosperoni.blogspot.com

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